Giovedì 20 Giugno 2019

Sindacati. Un grande sciopero nazionale a Roma per rilanciare l'Italia partendo dalle costruzioni

Sabato 9 Marzo 2019

Uno sciopero per rilanciare il Paese Italia partendo dal settore delle costruzioni, puntando su una piattaforma di sviluppo, la stessa lanciata con la mobilitazione dello scorso 9 marzo. Questo il senso della mobilitazione nazionale lanciata dai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil e presentata questa mattina a Ravenna durante un incontro con la stampa in Darsena di città, proprio sulla banchina che si affaccia sul Candiano, alle spalle degli uffici di CMC, l’ultima delle grandi aziende edili italiane schiacciate dalla crisi.

L’appuntamento è per venerdì 15 marzo alle 9.30 a Roma, in piazza del Popolo, dove convergeranno centinaia di lavoratori edili e dell’indotto: numerosi pullman sono previsti in partenza anche da Ravenna, dove la crisi, che si sta facendo sentire molto forte già da qualche anno, ha portato al dimezzamento degli occupati, quando non direttamente alla chiusura di tante aziende, non solo di costruzioni, ma anche legate alla produzione di laterizi, legno, marmo e cave.

“La crisi dell’edilizia  – introduce Davide Conti, segretario generale della Fillea Cgil Ravenna - è partita nel 2008 e a livello nazionale si sono persi più di 600mila posti di lavoro, hanno chiuso 120mila aziende. Oggi sta coinvolgendo anche le grandi aziende, se consideriamo che 4 delle 5 principali imprese del settore sono in concordato, tra le quali appunto, la CMC di Ravenna. Sciopereremo per tutti i lavoratori del settore, per chiedere un piano nazionale di rilancio che coinvolga l’intero sistema Paese. Senza le opere e le infrastrutture, l’Italia è ferma e non riparte”.

La crisi del settore, nell’analisi dei tre sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil ravennati, non solo viene da lontano ma è un fatto strutturale: la situazione di grave instabilità in cui si trovano le grandi aziende edili è legata alla crisi finanziaria e di liquidità. I problemi sono da ritrovarsi nella questione degli appalti, nel pagamento delle opere da parte delle pubbliche amministrazioni, nella gestione del contenzioso e nel problema del credito.

“Oggi – continua Conti - le grandi aziende edili fanno da banca allo Stato: vengono pagate in ritardo. Da quando si è aggiunto anche il blocco delle opere già cantierate e già finanziate il bubbone è definitivamente esploso”.

LE RICHIESTE

“Il rilancio dello sviluppo italiano – spiega Conti – deve partire dall’edilizia, che è un naturale volano economico. Chiediamo che a livello nazionale il Governo convochi un tavolo di crisi, per affrontare i problemi in termini di sistema e sul piano legislativo. Inoltre, che si costituisca un fondo di garanzia nazionale per il credito, con l’aiuto di Cassa Depositi e Prestiti per affrontare la questione della liquidità. Andrebbe inoltre rivisto il codice degli appalti , per velocizzare l’avvio delle opere, tenere sotto controllo il problema dell’illegalità – e in quest’ottica sarà necessario rivedere le pratiche legate al Durc per renderlo più stringente – e vigilare sull’applicazione del contratto ai lavoratori edili: oggi ci sono muratori che lavorano con contratti da metalmeccanici o agricoli e questo crea concorrenza sleale che mette in crisi le aziende sane”.

Come conciliare il rilancio delle costruzioni con le politiche ambientaliste e di riduzione del consumo di suolo, che negli ultimi anni sono venute avanti come temi sempre più centrali, sembra non essere un problema per i sindacati: “L’Italia ha bisogno di grandi opere per collegare i suoi territorio e verso l’Europa. Non parlo solo della polemica sul Tav, penso anche alle nostre opere emiliano romagnole, come il passante di Bologna o la Sassuolo-Campogalliano: lo sblocco di questi cantieri potrebbe dare respiro all’edilizia. Ma pensiamo anche ad un’edilizia sensibile all’ambiente, utilizzata per riqualificare da un punto di vista energetico il parco abitativo del Paese,o alla rigenerazione urbana di interi quartieri. Qui siamo in Darsena, c’è tanto da fare: riprendere tutte le aree dismesse, riqualificare il territorio, creare  le condizioni perché le città siano vivibili e belle per le persone, attrattive dal punto di vista economico e turistico”.

“Noi stiamo lottando e continueremo a farlo, è importante che da Ravenna ci sia una risposta forte e che tutta la città sia consapevole di quello che stiamo vivendo”, ha concluso Conti.

LA CRISI DEL SETTORE RAVENNATE

Il settore delle costruzioni a Ravenna è costituito da alcune grandi aziende e un tessuto importante di piccole imprese. “In provincia la situazione è variegata, ma in tutti gli ambiti c’è stato un forte ridimensionamento per la crisi – spiega Maurizio Bisignani della Filca Cisl Emilia Romagna -. Il settore dei lapidei è formato da piccole realtà artigianali con pochi addetti, le cave sono praticamente scomparse. Anche il settore dei laterizi ha visto la scomparsa e il ridimensionamento di realtà locali, prima fra tutte la Vibrocementi di Bagnacavallo. La realtà più importante sul territorio rimane Gattelli SPA che opera nel settore dell'edilizia industriale e civile, produce e realizza strutture in prefabbricato ed è attiva con una fornace nella produzione di blocchi in laterizio”.

Il settore del cemento non se la passa meglio: ha subito una riduzione delle produzioni che ha portato a chiusure di stabilimenti, in particolare la Micromineral del Gruppo Holcim. La collocazione all’interno del porto è un punto di forza per la competitività delle cementerie di Ravenna, per tutti i vantaggi logistici che questo comporta; infatti ben 3 cementerie sono collocate in banchina: Fassa Bortolo, Barbetti, Italcementi mentre l'unica altra importante realtà del settore è a Casola Valsenio per la presenza del gesso, la Saint Gobain.

“Ad oggi – continua Bisignani - pur se sembrano scongiurate le ipotesi di chiusura non ci sono piani di rilancio del settore, anche se potrebbero venire importanti novità con l'avvio dei lavori di approfondimento del porto canale”.

Il settore del legno ha subito una forte contrazione conseguente alla crisi delle costruzioni e al blocco dell'export con la Russia; dopo la chiusura della Rafal di Piangipane del Gruppo Trombini, ormai è rimasta in provincia una sola grande azienda, Atl di Faenza, e altre di medio-piccole dimensioni tra le quali Imola Legno con la succursale di Lugo e la Tavar di Ravenna.

“Il grande malato – spiega Bisignani -, soprattutto per i numeri di addetti e volume di affari che esprimeva in provincia, è il settore dell'Edilizia”. L'analisi dei dati degli ultimi anni dice che dal 2008 al 2018 sono stati persi circa 4mila posti di lavoro. I dati della cassa edile mostrano che da circa 6.200 addetti si è passati a circa 2mila l’anno scorso. Si parla di una perdita in termini percentuali pari al 60% in meno degli occupati nel settore edile”.

Dentro questa fredda percentuale di calo ci sono importanti aziende chiuse: Cmca di Cotignola, Iter di Lugo, che nei suoi tempi d’oro era arrivata ad occupare fino a 400 dipendenti, Galileo Pasini di Ravenna, Savio e il forte ridimensionamento, spesso con il concordato, di molte altre, come ad esempio, Acmar di Ravenna, Cmcf di Faenza, Acc e Moviter di Cervia. “Tanti licenziamenti e tanti posti di lavoro persi con dietro situazioni famigliari complicate e a volte drammatiche”, aggiunge il segretario di Cisl.

La “desertificazione” del tessuto produttivo locale ha portato alla “colonizzazione” da parte di aziende da fuori provincia e provenienti da altri territori. “A questo fenomeno – continua Bisignani - si aggiungono le storture del mercato del lavoro, come ad esempio la diffusione preoccupante del fenomeno delle “false partite Iva”, che prevediamo riprenda vigore dopo l'approvazione della sciagurata norma sulla flat-tax sulle nuove partite Iva. In pratica, lavoratori dipendenti che vengono licenziati per poi essere riassunti come “liberi professionisti”, ma messi a lavorare come dipendenti”.

“Cosa serve a Ravenna? - chiude il suo intervento Bisignani -: riqualificazione della darsena, ristrutturazione di strade, edifici pubblici, scuole, l’abbassamento del fondale del Candiano, manutenzione e ristrutturazione di E45 e Ravegnana. Tutto questo si ricollega al discorso più generale del settore delle costruzioni e per questo è importante la mobilitazione e lo sciopero del 15”.

LA SITUAZIONE DI CMC A RAVENNA

Oggi le preoccupazioni maggiori sono per la crisi della Cmc, colosso cooperativo di Ravenna.
“La crisi di liquidità del mese di ottobre – aggiunge Conti - e la successiva richiesta di concordato del 4 dicembre portano a una situazione di incertezza che stiamo costantemente seguendo confrontandoci con la Direzione e con i lavoratori in assemblea. Ad oggi sono stati coinvolti la Regione, il Ministero dello Sviluppo economico e il Ministero del Lavoro. Si è sottoscritto l'accordo per un anno di cassa integrazione straordinaria e, dopo la proclamazione di uno sciopero, si è giunti a un accordo per la gestione della Cigs per la sede di Ravenna”.

“Mentre attendiamo di conoscere il piano di salvataggio di Cmc presente nel concordato – continua -, e il conseguente piano industriale che descriverà il futuro della cooperativa, assistiamo agli effetti sulle altre aziende, Sic, con la richiesta di concordato della scorsa settimana o come il forte ridimensionamento della Vecchio da 20 occupati a 6. E' prematuro prevedere un eventuale percorso ed esprimere un giudizio in merito, quello che oggi possiamo dire è che Ravenna non si può permettere di non avere la Cmc e di non avere una Cmc forte, così come l'Italia non si può permettere di non avere grandi aziende edili”.


“Riteniamo che lo sciopero sia importante – commenta Mauro Strada della Fenea Uil di Ravenna - e che si debba aprire il tavolo ministeriale per avere un confronto con il sindacato perché riteniamo che ci sia questo bisogno urgente di far ripartire il mondo dell’edilizia: se non riparte l’edilizia non può farlo nemmeno tutto l’indotto, idraulici, elettricisti, legno, lapidei e così via. Se non costruiamo, anche tutti gli altri rischiano di saltare. Cmc è uno dei poli più importanti per la nostra  comunità e quindi noi faremo tutto il possibile perché possa andare avanti, speriamo che il nuovo piano possa andare in questa direzione”.


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